Richard Meier e l’Ara Pacis

On 9 aprile 2010, in fotocomposizioni, il boss, by Dadevoti

Il museo dell' Ara Pacis realizzato da Richard Meier

Richard Meier è il progettista del Museo dell’ Ara Pacis, un simpatico vecchietto che assieme ad altri quattro fondò il gruppo The New York Five.

Meier è l’unico dei cinque che ha mantenuto lo stile “bianco” inalterato negli anni, si può dire che tra tutti è il più conservatore.

Nonostante l’affinità conservatrice, la destra romana non ama né il progetto né l’architetto. In particolare vuole abbatterne un muro, con la convinzione che così cambierà l’aspetto dell’intera città eterna.

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8 Responses to Richard Meier e l’Ara Pacis

  1. O. scrive:

    in effetti un po’ difficile da digerire quell’intervento

  2. Stefano scrive:

    Non credo sia uno dei migliori interventi fatti su Roma, anzi. Io l’abbatterei completamente.
    E’ brutto, non integrato, non riconoscibile come intervento romano, è un edificio che, econdo me, rovina la nostra capitale, non la valorizza.
    Ma è mai possibile che gli architetti moderni progettino cose che non prendono in considerazione il luogo dove sono realizzate al solo scopo di celebrare se stessi (non l’architettura)?

  3. dadevoti scrive:

    Stefano: Solo per il gusto del ragionamento, ma proviamo a immaginare quello che devono aver pensato nel 1500 i veneziani quando si son viste le Procuratie Vecchie realizzate con uno stile completamente indifferente a quello dominante della Basilica.
    Oggi, l’incongruità degli stili non viene più notata e ci sono un’infinità di esempi in tal senso.
    Le nostre città hanno più di mille anni ed è impensabile che l’architettura in tutti questi anni resti armonica e uniforme, preferisco di gran lunga edifici che spezzano (tramite lo stile, la planimetria ecc ecc) in tal modo raccontano un frammento della propria contemporaneità.
    Rimane il giudizio personale che ognuno può dare sul singolo edificio.

  4. Stefano scrive:

    Certo, solo per il gusto di parlare di queste cose, non penso certo di essere il depositario dell verità ma, Non sono molto d’accordo con te. Certo che le Procuratie vecchie non hanno lo stile della Basilica e dico per fortuna, il mondo cambia, si evolve. Non si può dire però che siano in contrasto con il mondo veneziano, anzi. Quelle vecchie addirittura ripropongono un pò quelle precedenti che sostituiscono e soprattutto realizzano una facciata che se non è veneziana, comunque ne ripropone alcune caratteristice, passo serrato delle bucature, facciata “leggera”, coronamento ecc (questo indipendentemente dalla qualità architettonica che hanno). Tornando a Meier, secondo me, lui a Roma ha realizzato un oggetto prima di tutto fuori scala, in secondo luogo non si è proprio posto il problema di come e dove veniva costruito. Quell’edificio potrebbe essere realizzato uguale in qualsiasi parte del mondo e sarebbe visto in maniera uguale ovunque. E’ un monumento a Meier, uno schiaffo alla città.
    Credo che un architetto prima di realizzare qualche cosa in un luogo abbia il dovere di ricercarne le qualità essenziali, i valori urbanistici, storici ed architettonici che lo connotano ed infine proporne, a modo suo ovviamente, la conservazione ed il rilancio in termini attuali, perchè un edificio realizzato oggi non può non essere adatto al nostro modo di vivere, alle nostre necessità, al nostro stile.
    Non sono contrario al nouvo (sono contrario al moderno, che assomiglia troppo a moda), non mi piace sia chi non si pone problemi e realizza cose che ripropongono sempre gli stessi caratteri superficiali di un luogo e nemmeno chi non li prende in considerazione e fa “quello che gli pare” propone il suo stile in barba a tutti. Quello è Meier, non Roma.
    Noi viviamo nelle città, siamo le città, siamo l’architettura. Se un edificio non ci rappresenta e non ci capisce, non è buona architettura, tutt’al più una cattiva edilizia.
    Ma secondo te, perchè i nostri centri storici sono così splendidi e accoglienti, pur essendo costituiti al 90% da semplice edilizia di base, mentre le nostre periferie, spesso “pianificate da mostri sacri” realizzate spesso da professionisti che si rifanno ai “maestri” ma che non sono all’altezza nemmeno dei loro “discepoli” fanno schifo?
    Scusami per lo sfogo, ovviamente è solo la mia idea.
    Per fortuna ci sono spazi dove si può parlare anche di questo.
    Ciao
    Stefano

  5. dadevoti scrive:

    I nostri centri storici sono pittoreschi soprattutto qui al nord sono stati trasformati in centri commerciali a cielo aperto, un modello tanto valido che ora sono nati centri commerciali (sempre a cielo aperto) simili a dei centri storici (finti e costruiti nei pressi degli svincoli autostradali). Personalmente trovo la maggiorparte dei centri storici stucchevoli e artefatti totalmente snaturati. Altresì ci sono centri, non storici, fantastici capaci di emozionare (New York, Brasilia e altri).
    Il moderno come una moda è un concetto alquanto bizzarro dato che è una corrente artistica che generalmente si pensa sia nata nel 1500 circa, forse ti riferivi al contemporaneo che anche questa corrente artistica ha più di 100 anni ormai. Per quel che riguarda lo stile del monumento trovo giusto che non consideri le esigenze delle persone, per diversi motivi il principale perchè sono discordi e in ogni caso un architetto dovrebbe mediarle (missione impossibile) Di conseguenza ci deve essere sempre una persona che deve prendere delle decisione scontentando molti. Roma è una città con migliaia di fuori scala, solo che ormai nessuno ci bada più perché gli anni anno smussato l’impatto, il più orribile, a mio giudizio, è il viale dei fori imperiali costruito su antiche rovine romane, per non parlare del Vaticano, del Panteon, del monumento ai caduti, e mille altri fuoriscala.

  6. Dadevoti scrive:

    Pare che Alemanno, il sindaco di Roma, abbia deciso di non intervenire sull’opera per mancanza di soldi.

  7. Stefano scrive:

    Secondo me non ti accorgi che mi stai dando ragione. Via dei fori imperiali, Via della Conciliazione (non a caso chiamati sventramenti), l’isolamento del Pantheon e least but non the least il Monumento ai Caduti, per non parlare del Colosseo (per non farci mancare niente, una rotatoria oserei dire imperiale), sono tutti interventi fatti nell’ottica che io non condivido, fatti non conoscendo la città che modificano ( o fregandosene) e solo per l’idea di qualcuno (Mussolini ed i suoi architetti per le strade ecc). Non sono architettura, anzi il contrario la distruggono. Sono ferite praticamente impossibili da rimarginare.
    Se vuoi un fuoriscala di classe mi permetto di consigliarti S. Pietro e la sua piazzetta di fronte. La chiesa, tanto per inquadrarne la dimensione, ha una facciata di circa 10000 mq. La piazza del Bernini è larga più di 250 m, ma che dire… un’opera straordinaria. All’epoca non esisteva Via della conciliazione e vi si poteva accedere solo da piccoli vicoli laterali, passando dal filtro del colonnato. Un’esplosione di spazio, se ti capita di andare a Roma, prova a fare quest’esperienza, è magnifica. L’opera al momento della sua creazione è attualissima, anzi dirompente, attua i principi del Barocco (appunto Romano) e al contempo esalta il senso dello “spazio romano” uno spazio privo di confini, difficilmente definibile ma profondo, che si allarga continuamente e riporta sempre al suo centro. Lo stesso senso di spazio che si ritrova nel Pantheon, nella basilica di Massenzio, in Santa Costanza ecc. Indubbiamente un grosso studio fatto da Bernini che lo ha portato a realizzare un’opera “firmata Bernini” ma profondamente attuale (al momento) e soprattutto fortemente romana e, in quanto architettura vera, ancora splendida.
    Per quello che riguarda i centri storici, hai ragione tu, ma sono diventati così perchè modificati recentemente (gli ultimi 200 anni) e soprattutto negli ultimi anni da persone che non li conoscono, e parlo soprattutto degli amministratori locali. Pensa che Veltroni (sic) aveva quasi accettato di far fare un parcheggio sotto al Pincio, t’ho detto tutto della sua sensibilità per la città.
    Se poi mi dici che i vari outlet assomigliano ai centri storici…mannaggia, mi scadi proprio.
    Per ultimo, su Brasilia e New York sono d’accordo con te che siano un bell’esempio di architettura moderna, che però hanno appunto delle proprie qualità e particolarità, ma non c’entra niente con l’intervento di Meier: Lui ha creato una sua immaginetta spappolando (per fortuna in piccolo) un pezzo di Roma (al pari degli esempi che mi hai citato).
    Saluti
    Stefano
    P.s. Peccato Alemanno non abbia i soldi, ma se vuole una ruspa gliela trovo io gratis. :-)

  8. luca80 scrive:

    Scusate se mi intrometto, vorrei spezzare una lancia a favore di Meier, tenendo presente che lavorare su una città come Roma non è propriamente semplice, visti i millenni di storia e la tradizione romana dell’arte di costruire. Lo stesso Tafuri aveva un timore reverenziale nei confronti di questa città con cui: “Noi umana gente dobbiamo fare i conti” e per umana gente Tafuri intendeva gli architetti (chiamiamoli contemporanei). Ovviamente Meier essendo statunitense si pone nella condizione di visitatore, un visitatore secondo me attento a recuperare non tanto il rapporto con la storia ma con il genius loci. Ricordiamo che l’ara pacis è stata spostata per cui questo rapporto e mi riferisco al rapporto con la storia si assottiglia sempre più mentre diventa sempre più forte il rapporto con il luogo, secondo il mio modesto parere è quì la forza dell’intuizione di Meier, ridare l’arca alla città non negando la vista sul Tevere lasciando l’arca libera di rapportarsi con la città e la città rispecchiarsi nell’arca attraverso la parete traslucida che riflette le bellezze di Roma. Altro elemento di forza secondo me è la maniera di trattare la luce, una luce diffusa che diventa quasi immateriale verso la sera rendendo l’arca quasi eterea, indefinita, avvolta da un’aura particolare, di un sottile colore giallino. L’ultima nota forse la più geniale è stata quella di riuscire a sfruttare il dislivello tra il lungo Tevere e la via Ripetta come a formare un’elemento di nodo, una cerniera tra le due vie, alloggiando nella parte seminterrata i locali che ospitano i frammenti della ricostruzione ed alcuni servizi. Come se questa parte fosse il negativo della parte sovrastante come se esistesse un’arca capovolta. Ed indubbio che i romani non si rispecchiano in quest’opera poichè sono abituati a vedere Roma settecentesca, ottocentesca, una Roma che non ha posto per le novità, una “Roma che accoglie i propri edifici non come elementi materici ma come storia”. Leon Krier

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